Recensioni di libri scritti da donne

Karen Blixen: La festa di Babette

“Comparsa come una mendicante, si era rivelata una conquistatrice”.

Così Karen Blixen introduce il personaggio indimenticabile della domestica Babette. Una frase che rivela l’essenza della struttura narrativa di questo racconto: il finale diviene l’opposto di ciò che si attende.

Babette giunse al piccolo fiordo norvegese di Berlevaang dalla lontana Francia, compiendo un lungo viaggio per mare. Le indicarono la casa del decano, il fondatore defunto della setta religiosa della zona, quale luogo di accoglienza e rifugio. Qui vivono le figlie del decano, Martina e Filippa, ossequiose osservanti degli insegnamenti del padre: rifiuto dei piaceri terreni, cura della comunità, rispetto dei precetti religiosi e rigore morale a discapito della propria felicità. In gioventù hanno entrambe rinunciato all’amore e respinto le timide proposte di due pretendi, un ufficiale dell’esercito e un famoso cantante francese. Babette inizia così un lungo soggiorno presso la casa del decano: questa profuga silenziosa e guardinga, prima accolta con la diffidenza malcelata che le sorelle riservano alla mondanità, riceve ora profondo affetto per aver saputo risvegliare il gusto assopito delle cose, il senso del bello, la condivisione del cibo e il calore di una tavola. Grazie alle sue cure la casa del decano si trasforma in un focolare accogliente e questa nuova ebbrezza contagia anche gli altri abitanti del fiordo, fratelli solo in apparenza, mentre dissidi e tensioni si agitano sotto la superficie di una vita tranquilla. In occasione del centesimo anniversario del decano, Babette propone di cucinare un vero pranzo francese: di più non si può dire per non svelare al lettore i risvolti di questa breve storia.

“Il pranzo di Babette”, pubblicato per la prima volta nel 1950, fa parte di una serie di racconti che Karen Blixen pubblica su alcune riviste americane, tra cui la famosa “Ladies’ Home Journal”. La storia si svolge alla fine del XVIII secolo, un’epoca lontana e ormai superata, come sempre accade nei racconti di Karen Blixen, dove il richiamo ad un mondo lontano offre una prospettiva privilegiata di allontanamento. Per l’autrice infatti è necessario instaurare una distanza tra l’universo narrato e il tempo presente, condizione imprescindibile per disporre di una visione d’insieme di una determinata realtà. Solo così i diversi elementi di una storia, di un’esistenza, di un periodo storico, posso essere ricondotti ad una figura coerente. Nel libro “La mia Africa” questa idea di una distanza necessaria, ai fini di una comprensione a posteriori, è resa attraverso la famosa storia della cicogna, che l’autrice inserisce all’inizio del romanzo. Durante la notte un uomo cerca di riparare una perdita d’acqua vicino ad uno stagno; solo la mattina dopo, affacciandosi alla finestra, scopre l’immagine di una cicogna nel percorso da lui segnato nella sabbia che circonda lo stagno.

La percezione di un disegno unitario assume un connotato autobiografico e una valenza quasi esistenziale nell’opera dell’autrice: Karen Blixen parla dell’Africa solo dopo aver lasciato il continente e il recupero di una dimensione passata diventa forse il tentativo di elaborare il dolore del distacco e il senso della propria esistenza.

Questa tensione all’arcaico è spesso indicata come una maschera che consente di instaurare un confronto tra il passato e la modernità, una cornice temporale che permette la formulazione indisturbata di alcune fondamentali questioni della modernità: il dolore, l’arte, il rapporto dell’artista con la società, i ruoli di genere e i rapporti tra i sessi. Non a caso i critici danesi le rivolgono accuse di immoralità e la definiscono “a gifted but crazy writer”.

In una visione distaccata e a posteriori della realtà narrata, c’è spazio anche per l’accostamento di elementi fra loro in opposizione, tenuti insieme da una sottile ironia: in questo racconto le prelibatezze della cucina francese convivono con la privazione e il digiuno, il piacere si affianca alla sua repressione, così come l’esperienza del mondo si scontra con l’isolamento e l’alienazione dalla realtà.  Il finale non presenta una risposta esatta, non svela una possibile soluzione agli eventi e ai conflitti proposti. Un chiarimento appare superfluo dinanzi alla profondità di un silenzio o di un lungo sguardo, spesso anche più rivelatori di qualsiasi possibile spiegazione. Ciò si traduce anche in una non linearità della struttura narrativa: la trama è continuamente interrotta da episodi secondari, da una serie di deviazioni che distolgo l’attenzione dal fatto principale, mentre il frequente cambio di prospettiva offre un’alternanza di punti di vista sulle vicende.

Parlando dei suoi racconti, Karen Blixen stessa li fa risalire alle storie ascoltate durante le serate trascorse davanti al camino, dove si raccoglievano e si condividevano storie di vita, storia del proprio quotidiano: storie che rivelano l’unicità di ogni singola esistenza. La narrazione,osserva Adriana Cavarero, filosofa e animatrice del gruppo di femministe di Diotima, presenta un legame molto forte con l’unicità. Il racconto di una storia infatti risponde alla domanda “Chi sei?”.

“Chi sei?” chiede un personaggio all’inizio di un altro racconto dell’autrice. Hannah Arendt, profonda conoscitrice della produzione di Karen Blixen, distingue la domanda “Chi sei” dalla domanda “Che cosa sei”. La domanda “Chi sei” mi interroga direttamente nella mia unicità ovvero nella mia identità personale come si manifesta quando agisco insieme agli altri; la domanda “Che cosa sono” riguarda invece le mie qualità, le mie caratteristiche e il mio modo di essere. Mentre del “cosa” si può dare una definizione, il “chi” rimane indicibile e tuttavia si rivela con l’interazione e l’agire umano.

Il modo migliore per rispondere a questa domanda, e Karen Blixen ne è profondamente consapevole, consiste proprio nel raccontare una storia. 

BIBLIOGRAFIA
  • M. Ciaravolo, S. Culeddu, A. Meregalli, C. Storskog, Forme di narrazione autobiografica nelle letterature scandinave, Firenze University Press, Firenze, 2015
  • Tone Selboe, The infallible rule of the irregular. Time and narrative in Karen Blixen’s tales in Karen Blixen /Isak Dinesen /Tania Blixen: Eine internationale Erzählerin der Moderne, Humboldt-Universität, Berlino, 2008
  • A. Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli, Milano, 2005
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